Febbraio

Fuoco e fiamme: alla scoperta dei vini vulcanici

Il potere del fuoco regala vini indimenticabili

Il nostro secondo viaggio segue i vulcani italiani, attivi e inattivi, dall'Etna fin quasi ai confini con l'Austria.

L’Italia è terra di vulcani. Non solo quelli più celebri, ancora attivi o che hanno lasciato tracce indelebili, come l’Etna e il Vesuvio. Se ne contano infatti settanta, di vulcani in Italia: tanti di loro sono sottomarini, magari inattivi, ma le tracce che hanno seminato nel corso dei secoli hanno costruito un terreno unico: di questo terreno parliamo questo mese. 
Scuro, nero come il carbone a volte, o meno netto, amalgamato dal lavoro del tempo in altri casi: i risultati però si richiamano, dando vini con una personalità spiccatissima, una forte componente minerale e soprattutto una sapidità vibrante, che stuzzica il palato e invita al sorso successivo.
E anche se non si può non pensare ai grandi vulcani del sud, non parliamo solo di sud, anche se lì troviamo esempi per certi versi inarrivabili. 

Al cospetto dell'Etna

Tra tutti è inevitabile partire da Salvo Foti, che abbiamo incontrato già nel nostro primo percorso tra i vitigni storici italiani, e che da custode e cantore dell’Etna è il nome che più di tutti viene da associare ai territori vulcanici. Tra tutti, il vino che più parla di un territorio complesso e unico è il Vinudilice, ricavato da viti ultracentenarie coltivate nella vigna più alta d’Europa, a 1300 metri sul livello del mare. Salvo è il nostro produttore del mese, e vi invitiamo davvero a leggere l’intervista che gli abbiamo fatto per scoprire il suo approccio e la sua ricerca dei vini umani. 

terreno vulcanico
Ma sull’Etna trova spazio anche una piccola perla, che dal nerello mascalese fa nascere una bollicina stuzzicante e piacevolissima, capace di battersi alla pari con i nomi più blasonati della spumantistica italiana: è Murgo, con il suo fantastico brut rosé. 

Verso il Vesuvio

Si parla di vulcani, però, e il pensiero corre subito a Napoli, al Vesuvio, ai Campi Flegrei. E con buona ragione anche dal punto di vista enologico, perché ai piedi del Vesuvio ha sede Bosco de’ Medici: e i Medici del nome sono proprio la nobile famiglia fiorentina, un cui ramo acquistò un feudo nel regno di Napoli, intuì le potenzialità del territorio e prese a lavorare e migliorare il vino pompeiano.

Una delle vigne della cantina sorge a pochi passi da Pompei, quasi a sfiorare l’anfiteatro della città antica. Qui come da nessun’altra parte si sente il respiro della storia e il potere del fuoco, il calore delle passioni che si trasforma in vino.

Non lontano da lì, poco a sud, hanno sede I Borboni, la cantina che più di tutte ha fatto per preservare e rendere grande un vitigno particolarissimo come l’Asprinio, che già nel nome dice della freschezza che regala al sorso. Coltivato secondo l’antica tradizione, con la vite “maritata” al pioppo, che si inerpica anche per più di venti metri, dona uno spettacolo emozionante al momento della vendemmia, quando su esili, lunghissime scale gli agricoltori si inerpicano per “l’alberata”. 

Ritrovare le tradizioni

E un po’ più al largo, nella minuscola isola di Ventotene, una realtà giovane e antica allo stesso tempo, Candidaterra, ci ha fatto innamorare con i suoi bianchi eleganti, che vogliono raccontare un luogo che già di per sé è magico: una riserva naturale, poco più di uno scoglio, neanche 200 ettari che pure hanno attraversato la storia d’Italia. Qui già i romani sapevano che si coltivava un vino magnifico. Il tempo e l’ossessione edilizia degli anni Settanta hanno quasi fatto perdere la tradizione della vinificazione sull’isola, fin quando Luigi, che segue l’intero ciclo di produzione, non ha deciso di provare a riprendere quella storia antica. 


Salendo lungo lo stivale ci sono anche zone meno celebri, ma che regalano vini eccellenti e raccontano storie molto diverse da quelle che troviamo altrove. Basti pensare al Vignale di Cecilia, nascosto in un incantevole anfiteatro nei Colli Euganei, poco sotto Padova. Qui Paolo Brunello, uomo di cui torneremo a parlare, custodisce un bosco, coltiva ulivi, e ha scelto di riprendere le antiche vigne del nonno e proseguire le coltivazioni tipiche della zona: non solo bianchi come la glera, ma rossi internazionali che qui acquistano note sapide, che con un ossimoro definiremmo di eleganza rustica. Una piccola perla a cui siamo affezionati.

A nord

E andando ancora più a nord arriviamo fino quasi ai confini, al maso Rielinger, ai suoi 750 metri di ripide pendenze con una vista mozzafiato sullo Sciliar. Anche qui, un po’ come a Ventotene, il vino veniva fatto nell’antichità, ed era vino da re, vino per i signori del luogo – e ci sarà un motivo se i vini vulcanici sono così spesso i vini di principi e re... La tradizione è poi andata perduta, e lentamente è rinata, prima conferendo alle cantine sociali, poi con Mathias iniziando a imbottigliare, con infinito rispetto delle viti e del luogo. Tra i loro vini ci piace segnalare lo Zweigelt, coltivato nel secolo scorso in Austria, e in Alto Adige limitato solamente alla Val Venosta e alla Val d’Isarco.

Anche quello di questo mese è un piccolo giro d’Italia, ma ancora più dello scorso mese abbiamo citato la tradizione e la storia più antica.

Perché alla fine di questo ci parlano i vulcani: raccontano una storia millenaria, la storia di sconvolgimenti del terreno, di distruzioni, di cambiamenti, ma anche di rinascite e di vita che riemerge.
Una storia che continua anche oggi, in ogni sorso di questi vini. Salute!